LA SALUBRITA’ DELL’ARIA NELLE INFUOCATE GIORNATE D’AGOSTO

Oh beato terreno
Del vago Eupili mio,
Ecco al fin nel tuo seno
M’accogli; e del natìo
Aere mi circondi;
E il petto avido inondi. […]

Pèra colui che primo
A le triste ozïose
Acque e al fetido limo
La mia cittade espose;
E per lucro ebbe a vile
La salute civile. […]

G. Parini, Odi – La salubrità dell’aria, vv. 1-6, 25-30. Fu letta dall’autore presso l’Accademia dei Trasformati nel 1759, in una seduta pubblica sul tema l’aria. La pubblicazione dell’intero corpus delle Odi avvenne solo nel 1791 e fu curata da Agostino Gambarelli, con l’approvazione del poeta.

Il Reverendo Giuseppe Parini, equilibrato nello scrivere, strenuo persecutore del sommo utile, accorto servitore del bene, in sé «il simbolo del nuovo filosofo, del saggio che imperturbato lotta contro sofismi e ipocrisie, contro superstizioni ed errori e che, aprendo le menti al vero e all’utile, fa più bella e più umana la vita» (Petronio), nel testo dell’Ode “La salubrità dell’aria” in modo compiuto e preciso delinea, sui pilastri della classicità, i dettami dell’Illuminismo e della cultura moderna e scientifica. I “lumi” rifulgono tra le strofe dell’Ode, quasi a indicare la via da percorrere, definita dalla ragione e dal senso civico.

Il testo dell’Ode, aborrendo ogni sorta di connivenza, ha occhi tesi ad una tematica bipartita, che ha attraversato la letteratura occidentale di tutti i secoli: si tratta, infatti, dei tòpoi campagna e città. Fragili e delicati, entrambi sono accumunati da un claudicante sentiero minato da fattori contingenti, generati da utilitarismo e materialismo senza pietà, che distolgono l’uomo dal vero e sommo bene. L’autore mette in luce i problemi che affliggono la città (nel caso specifico del testo, si tratta della città di Milano) ed esalta la vita agreste di ascendenza teocritea, volto idillico del paesaggio rurale consacrato dal canto modulato sotto la fresc’ombra (v. 51) di un grande faggio (cfr. Virg., I Bucolica, v. 1). Così scrive Virgilio nel libro II delle Georgiche: «O fortunatos nimium, sua si bona norint, agricolas!» (vv. 458-459).

Gli elementi aulici e colti del testo non potrebbero essere compresi se non tenuti in considerazione alla luce del ragguardevole sistema di alta fruizione e praticità, tipicamente illuminista.

Ad avvalorare la ricercatezza e la cura dello stile, nell’Ode sono presenti copiosi esempi di rimando alla letteratura latina e numerose figure retoriche. Fin dalle prime strofe viene celebrato il territorio della natia Bosisio. La campagna, il beato terreno (v. 1), sembra rievocare la condizione edenica ed originaria dell’uomo. È una terra quasi personificata, capace di alimentare i polmoni e vivificare l’umana esistenza, rinnovandone le forze e rallegrando l’animo (cfr. vv. 7-12). Il testo, volgendosi ora alla campagna, ora alla città, prosegue con un’aspra invettiva contro il vero nocumento della vita cittadina: Pèra – scrive Parini – colui che primo a le triste oziose acque e al fetido limo la mia cittade espose; e per lucro ebbe a vile la salute civile (vv. 25-30). L’autore adonta l’individualismo e il tornaconto personale, la weltanschauung pariniana non concepisce il bene individuale se non nell’ottica della “pubblica felicità”, quale sommo utile ed unico bene. Possiamo pertanto cogliere come l’autore, oggi più che allora, dia anche voce a tutti coloro che, attoniti e sgomenti, specie nelle calde giornate d’estate, vedono andare in fiamme intere aree boschive del territorio per i loschi interessi di alcuni criminali.

Il testo prosegue descrivendo la fine sciagurata a cui l’uomo folle si è consegnato, forgiandosi sciaguratamente la grossa e pesante catena della dannazione eterna. Ora costui è immerso nella fanghiglia putrida del fiume Stige (il riferimento qui è chiaramente dantesco), da cui insulta il fango e le acque fetide che, in vita, per lucro, gli piacque radunare (cfr. vv. 31-36).

Chiude il testo una sferzante riflessione dalla straordinaria attualità: Parini redarguendo alacremente l’uomo iniquo e stolto (v. 119), dapprima argomenta intorno all’atteggiamento di costui, che Temi – dea della giustizia– bieco guata (v. 115), aggiungendo che la pigrizia e l’individualismo inducono soltanto al perseguimento degli privati interessi; poi, rimproverando se stesso, scrive: «Ma dove, ahi corro, e vago, lontano da le belle colline e dal bel lago e da le villanelle a cui sì vivo e schietto aere ondeggiar fa il petto»?

In definitiva, attraverso l’ode La salubrità dell’aria, Parini mostra di aderire totalmente all’idea fisiocratica, apostata di quel “credo” incondizionato nello sviluppo industriale senza limiti che stava realizzandosi in Europa sotto gli occhi inermi – o forse inerti – di tutti.

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Gennaro Iannuzzi
Gennaro Iannuzzi
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