ARTICOLO 9: RICOSTRUIRE UN’UNIVERSALITA’ ALTERNATIVA

art. 9: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica [cfr. artt. 3334].

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Circa la tutela del nostro Patrimonio culturale certamente è bene sottolineare quanto urga una seria opera di sensibilizzazione dei singoli cittadini in termini non solo di conoscenze storiche, artistiche e culturali, ma anche nella capacità di riconoscere lo spirito che per secoli ha animato la fiorente realtà sociale e politica dell’intera penisola. Quello che si vuole dire è che tutelare il patrimonio non significa semplicemente musealizzare le opere artistiche, celebrandone con ostentata retorica la ricchezza o la vetustà; tutelare il Patrimonio significa rendere consapevoli i cittadini dello spirito che ha animato i nostri Padri e che ha reso grande e unico il nostro Paese: l’Arte non può essere relegata in vetrina, l’Arte vibra e vive nell’animo degli uomini.

Un noto aforisma hegeliano dice che un popolo senza metafisica è come un tempio senza altare. Il nostro mondo, abitato dal senso dell’utile, del funzionale e del benessere, non ha mai riconosciuto quello slancio ulteriore che è proprio dell’uomo.

“L’uomo supera infinitamente l’uomo” scriveva Blaise Pascal. Noi, prima che riconoscerci un’unica Nazione, non dobbiamo dimenticare che siamo il frutto di una pluralità di popoli, ognuno con la propria lingua e tradizione. La grandezza del nostro paese è stata per secoli quella di aver conservato e preservato la ricchezza di questa pluralità che possiamo intendere come contraltare dell’ideologia anglosassone fondata sul dominio e la produzione sempre maggiore di ricchezza, oggi purtroppo dominante.

In varietate concordia” recita il motto dell’Unione europea. Non si può rovesciare la globalizzazione, nemica acerrima della potenza artistica, bisogna, per questo, annullarla e ricostruire un’universalità alternativa, cioè ricostruire, tramite le diverse realtà comunitarie, l’unità del genere umano, ossia l’universalità che convive con la pluralità delle culture e delle comunità. L’universalità non implica il buio cosmico di una notte senza fine – “mezzanotte nella notte del mondo” (Mittelnacht in der Weltnacht) – , in cui tutte le differenze si annullano nel buco nero del non-senso: è nella pluralità delle lingue e delle tradizioni che si dà la molteplicità universale del genere umano. Annullato ciò si ha solo quel feticcio alienato che è il consumatore. Le masse non sono in grado di consumare la verità imperitura che l’Arte segretamente porta con sé. Il mondo dei consumi e dei mercati ha radicalmente modificato l’uomo della comunità, cioè colui il quale possiede il particolarissimo sguardo religioso sulla realtà, uno sguardo che prescinde dal carattere confessionale del termine e che getta l’uomo in quel thaumàzein, che è, seguendo Aristotele, il cuore germinativo dell’atto contemplativo. Solo recuperando questo spirito l’uomo può finalmente darsi la possibilità di penetrare l’Arte e scorgerne il mistero insondabile.

Ora, il compito del cittadino, dell’uomo comunitario, è quello di mediare tra idealità e realtà, fra “essere storico” e “dover essere”. Il solo modo per promuovere l’emancipazione universale del genere umano non è quello di seguire dogmaticamente, categoricamente e cadavericamente le logiche della globalizzazione (che è una falsa e cattiva universalità, che universalizza solo l’egoismo acquisitivo dell’homo oeconomicus), bisogna piuttosto procedere con la ricostruzione di una universalità alternativa.

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