A cura di Antonia Giannotta e Carmen Grimaldi
Un ragazzo sensibile e benvoluto da chi lo conosceva, ma da anni vittima di bullismo. Una storia di dolore e solitudine quella di Paolo Mendico, 14 anni, che in provincia di Latina l’11 settembre si è tolto la vita poche ore prima del ritorno in classe. Paolo, un ragazzo come tanti e come nessuno: amava cucinare, ascoltare la musica e pescare con suo padre.
Ogni suo interesse diventava motivo di offese, bersaglio dei bulli a partire dalle scuole elementari, quando un compagno lo minacciò con un cacciavite. Alle scuole medie, le cose peggiorarono, a tal punto che una professoressa, secondo i racconti dei genitori, arrivò addirittura a incitare i compagni urlando “rissa, rissa”. Infine, al liceo i suoi capelli, lunghi e biondi, diventarono un nuovo pretesto per essere definito “diverso”, in un Paese in cui “diverso” è considerato un insulto e non una positività.
A poche ore dal rientro a scuola, durante una conversazione nel gruppo classe, Paolo prese parte alla discussione chiedendo di sedersi in prima fila. I compagni, a questo suo intervento, risposero positivamente come in una normale chat di classe.
A questo punto ci si chiede, “E’ davvero il cellulare la rovina degli adolescenti?”.
Non nel caso di Paolo, perché la sua storia non tratta di cyber-bullismo ma di bullismo, dato che i suoi compagni virtualmente interagiscono correttamente con lui. Secondo i dati Istat il 25% degli adolescenti subisce bullismo psicologico mentre il 34% è vittima di cyberbullismo
Il cyberbullismo è un fenomeno diverso: è anonimo e virale, il cellulare è una potente arma a disposizione 24 ore al giorno e senza barriere. Per affrontare efficacemente entrambi i fenomeni è necessario un forte patto educativo tra famiglia e scuola. I genitori devono poter accompagnare i figli nell’uso consapevole della rete, con regole e con un occhio sempre vigile. La scuola deve implementare percorsi strutturati di prevenzione e di uso corretto dei dispositivi.
Il cellulare è uno strumento essenziale per apprendimento, socializzazione e accesso al mondo. Tuttavia, se usato in modo scorretto, diventa un veicolo di sofferenza, trasformando lo schermo in un’arma a distanza. Il cyberbullismo, per il suo anonimato spesso protegge l’aggressore, amplificando il dolore della vittima. Perciò bisogna insegnare un uso rispettoso dei dispositivi. Vietarli non è la soluzione perché sono un’importante risorsa sociale ed educativa, utile per ricerche e svago.
La risposta alla domanda “il telefono è davvero colpevole?” non può essere un semplice “sì” o “no”. Il cellulare, come ogni strumento, è neutro nella sua essenza. Il suo valore etico dipende dall’uso che se ne fa. È fondamentale per la socializzazione, la ricerca e persino per una pausa rigenerante, ma se usato in modo scorretto, diventa un veicolo per il cyberbullismo, amplificando l’azione dell’aggressore e l’isolamento della vittima. La vera sfida non è vietare il dispositivo, ma insegnare l’uso consapevole e la responsabilità digitale. Contro il bullismo, la soluzione non è un divieto, ma l’educazione all’empatia, al rispetto e al valore della diversità. È fondamentale che adulti, genitori e istituzioni scolastiche si uniscano per promuovere una cittadinanza digitale che veda lo smartphone non come un rischio da temere, ma come un’opportunità da gestire con maturità e consapevolezza. Solo così, educando l’individuo al rispetto dell’altro, potremo trasformare lo schermo da “arma” a “finestra” sul mondo.



